Garage Olimpo

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Un film di Marco Bechis | Drammatico - 1999 - Argentina - 98 minuti

Con Antonella Costa, Carlos Echeverria, Pablo Razuk, Enrique Pineyro, Marcelo Chaparro, Paola Bechis, Chiara Caselli, Dominique Sanda

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Trama

Argentina ai tempi dei desaparecidos, quando chi si opponeva in qualsiasi maniera al regime finiva in centri clandestini per essere interrogato, Garage Olimpo è uno di questi.

3 commenti su Garage Olimpo

nicky73 scritto il 20-01-2010 alle 13:59

Desaparecidos

Film di grande impatto emotivo, un pugno sullo stomaco. Un film di denuncia che racconta i terribili anni della dittatura argentina negli anni 70'. Un film sui desaparecidos. Il regista Bechis non mostra mai in modo palese le torture che i militari infliggevano alle loro povere vittime, ma lascia che sia lo spettatore ad immaginare quello che succede dietro la porta chiusa......ed è straziante. E' girato molto bene. E' assolutamente da vedere.

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Ripley scritto il 25-01-2010 alle 0:03

La poetica dell'orrore

Film strepitoso per come è riuscito a riprodurre l'orrore e la "normalità" di questo orrore, attraverso un approccio psicologico e una resa visiva rigorosa e lirica al tempo stesso. Bechis sceglie di raccontare uno dei momenti più vergognosi della storia dell'Argentina (e non solo) mettendo in scena il rapporto carnefice-vittima e denunciando la follia di quei giorni con i macabri riti quotidiani dei torturatori che timbrano il cartellino quando entrano "in servizio". Lo sguardo sta addosso ai personaggi senza morbosità, piuttosto con la sensibilità lucida di chi è stato prigioniero (Bechis avrebbe forse fatto la stessa fine dei suoi personaggi se non fosse stato italiano) ma ha trovato la giusta distanza e il giusto sentimento per raccontarlo. Non occorrono i particolari delle torture, basta intravedere uno strumento dentro una cella, saturare l'aria di grida e rumori (porte, passi, movimenti metallici), usare come colonna sonora le radiocronache dei mondiali di calcio, volare su Buenos Aires con panoramiche che esasperano l'anonimato e la solitudine delle vittime, come pure l'inquietudine di un orrore nascosto e sparpagliato dietro le luci di una metropoli smisurata...e poi magari inquadrare appena una o due volte un corpo nudo su un tavolo sporco, in una stanza sporca: che non ci fai neppure caso se è uomo o donna perché quello che vedi è solo umiliazione e dolore, senza fronzoli o commenti. Il regista non indugia con sentimentalismo neppure nelle scene potenzialmente più rischiose: il rapimento iniziale nel giardino di casa visto attraverso lo sguardo della madre dietro i vetri, l'assassinio brutale in mezzo al nulla come ripreso da dietro un angolo, dal basso, rubato...entrambi i momenti rapidi, capaci di colpire perché impossibili da trattenere ed evitare, rivelatori di come i carnefici considerassero meno di niente le loro vittime. Le scene a due fra carceriere e prigioniera Bechis le rende invece claustrofobiche e inquietanti. Si sofferma a farne un'immagine concreta della follia assurda di quel regime, scovando nella normalità dell'uomo una crudeltà difficile da sopportare e da ammettere. Il finale è una liberazione sotto molti punti di vista: per i protagonisti, dalle sofferenze fisiche e psicologiche che avevano tolto loro tutto tranne la vita per continuare a subirle; per lo sguardo stesso del regista, che dopo il rigore musicale e la claustrofobia della prigione si apre su uno scenario immenso a rendere smisurata la rabbia e senza fondo il dolore, concedendosi la malinconia di una canzone; per i nostri occhi, che dopo tanta "oscurità", dopo la luce sporca della prigionia e gli sprazzi accecanti dei momenti in esterno (una luce irreale e nemica) ricevono in dono una scena di rara bellezza, lirica ma mai enfatica. Capace di sciogliere in una commozione senza retorica il nodo che Bechis ha sapientemente stretto durante tutto il film.

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leopoldo scritto il 20-06-2010 alle 12:32

per non dimenticare

Opera di indiscusso valore testimoniale raccontata con maestria ed un apparente distacco che consente di soffermarsi su una delle tante tragedie del nostro tempo, quella argentina della dittatura militare di Videla e soci, attraverso la rappresentazione quotidiana e  verosimile della...vita quotidiana e  dei sentimenti e degli stati d'animo delle vittime e dei loro carnefici in uno delle oltre venti strutture di detenzione create a Buonos Aires. Non per questo i momenti atroci della tortura e delle sopraffazioni fisiche e morali, pur  assenti, si possono cogliere ugualmente attraverso luoghi in cui queste venivano praticate. E' un film da archiviare e conservare con cura non solo per la memoria di quanti sono stati assassinati ma anchè perchè contiene, a mio avviso, l'ennesimo messaggio ..ai naviganti di tutti i continenti: le crisi economiche gravi posssono mettere in serio pericolo le democrazie, anche le più consolidate, e favorire il crearsi di situazioni nelle quali la natura umana rappresenta uno dei suoi aspetti più abbietti con la perdita dell'autocontrollo.

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Nella cineteca di 2 persone

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anno: 2002